Panoramica sulle varie tecniche per la pesca del muggine. Il muggine rappresenta una sfida per ogni pescatore di mare, l’università dove confrontarsi per imparare a pescare un pinnuto diffidente ma combattivo.
Il cefalo, o muggine che dir si voglia, è il pesce di taglia che viene comunemente catturato in gara. E’ presente in tutta la penisola, anche se vi sono delle zone più o meno idonee per catturarlo. Il versante tirrenico è sicuramente più popolato dai cefali rispetto a quello Adriatico. In alcuni campi di gara il cefalo non abbonda, ma la sua difficile cattura può determinare la vittoria sia del settore che della gara stessa. Dicevo che è forse l’unico pesce di taglia che si può catturare in gara, infatti si possono prendere dei soggetti superiori al chilo, anche se la taglia media è compresa tra il mezzo chilo e gli ottocento grammi.
La sua cattura, può presentare a volte il ribaltamento di una prestazione negativa da parte del garista; infatti in quei picchetti poco fortunati, svantaggiati dal tipo di fondale o da altro, si preferisce, dopo averle provate tutte, dedicare l’ultima frazione di gara (30-40 minuti al termine) a cercare di prendere un bel cefalo.
Questo pesce comunque è molto sospettoso e per catturarlo occorrono delle tecniche particolari a seconda della zona, del tipo di fondale, oppure che peschiamo da una scogliera o da un molo e tante altre cose. Vi sono comunque dei campi di gara provinciali, come La Spezia e Civitavecchia, dove si imposta la gara quasi totalmente sui cefali, in quanto piuttosto presenti. Parlare di cefali può essere generico, infatti ve ne sono diverse specie con caratteristiche morfologiche, abitudini, alimentazione diverse tra loro, e quindi diverse tecniche per catturarli. Ben sei sono i tipi di cefali presenti, anche se soltanto quattro di queste specie vengono catturate frequentemente in gara. Precisamente sono il cefalo comune, detto sciorina, il cefalo negrotto, il cefalo gargia d’oro;e il cefalo labbrone, conosciuto meglio con il nome di schiumarolo, il più piccolo della famiglia. Queste quattro specie di cefali prediligono dei particolari tipi di fondo e di acqua. Infatti il gargia d’oro e la sciorina abitano generalmente all’interno delle dighe portuali o proprio dentro ai porti dove l’acqua non sempre è pulita; il negrotto e lo schiumarolo prediligono invece stazionare in acque chiare fuori dal porto o su bassi fondali.
Per catturare questi quattro tipi di cefali occorrono un’attrezzatura particolare, un’esca gradita, lenze adatte e tante altre cose. I cefali alle volte si nutrono di sostanze che abbondano nella zona, come accade nel porto di Piombino, dove i pescherecci lava-no le reti fuori del porto, e scaricando le sarde in banchina lasciano cadere in mare, per errore, pesci che costituiscono una pastura costante per i cefali. Per richiamare nella zona di pesca i cefali occorre impiegare la pastura. Anch’essa deve essere realizzata in considerazione del luogo di pesca. Le pasture. Vi sono diverse pasture per portare i cefali nel tratto di mare stabilito.
Tali impasti dovranno essere realizzati in base alla specie di cefalo che intendiamo insidiare e alle sue abitudini, con particolare riguardo al fatto che si nutra sul fondo, a mezz’acqua oppure in superficie, tenendo conto anche delle sostanze gradite maggiormente dal pesce. Le sarde costituiscono la materia prima per creare una buona pastura per tutte le specie di cefali. Si prendono questi pesci azzurri e si privano delle teste e delle interiora. Con un comune macinacarne, si macinano aggiungendo una percentuale del 20% di formaggio grana o simile, più un 10% di un ottimo olio di sarda e un 10% di sale fino. Si mescola il tutto aggiungendo acqua sufficiente, sino a raggiungere la consistenza voluta. Questa pastura è indicata soprattutto per i negrotti e le sciorine, pesci che si nutrono nei pressi del fondo. Gli schiumaroli sono i più piccoli della famiglia dei cefali.
Questi pesci vivono a stretto contatto con la superficie. Dovremo quindi realizzare un’apposita pastura che si disgreghi nel momento in cui viene a contatto con l’acqua. Anche in questo caso si privano le sarde delle teste e delle interiora, ma in questa occasione ci serviremo di un frullatore per frullare il tutto, rendendolo meno saziante per questi piccoli pesci. Lavorato il quantitativo di sarde che ci serve, vi si aggiungono in percentuale i vari ingredienti: 30% di gorgonzola dolce, 10% di parmigiano grattugiato, 10% di latte a lunga conservazione e un pizzico di coriandolo (oppure Brasem o Vaniglia) senza esagerare troppo. Si frulla nuovamente il tutto sino ad ottenere una pappetta da gettare in acqua con un cucchiaio. Tale pastura una volta gettata in mare si manterrà nelle immediate vicinanze della superficie, creando una nuvola biancastra molto gradita agli schiumaroli. Oltre che con sarde, si può realizzare un’ottima pastura per cefali anche impiegando dello sfarinato.
In commercio sono presenti un gran numero di pasture sfarinate destinate a richiamare questi pesci. Tali pasture sono confezionate in buste sigillate da un chilo con un prezzo che oscilla tra le 4.000 e le 6.000 mila lire.
Quasi tutti questi prodotti han-no una base di formaggio, pane grattugiato, farina di pesce e altri componenti. Non tutte però sono efficaci per attirare nel modo corretto i nostri pinnuti. Infatti spesso ho avuto la possibilità di provarne alcune con risultati molto deludenti. Vi sono degli sfarinati realizzati con sostanze scadenti, dosi sbagliate, che a contatto con l’acqua si incollano e non si disgregano bene. Chiaramente non vi dirò quali pasture ho provato con esiti negativi, ma piuttosto vi elenco secondo il mio parere quelle che sono le meglio riuscite: Cefalo Biance di Ellevi, Fima Fondo, Cefalo Bianca di Tubertini e, Fondo Cefalo di Trabucco e Fondo Mare di Antiche Pasture. La pastura sfarinata generalmente viene amalgamata con sola acqua, ma perché aumenti il potere attirante e si disgreghi con più facilità sul fondo conviene aggiungervi una percentuale del 20% di un ottimo olio di sardina, per completarla poi con l’aggiunta di acqua di mare sino ad ottenere la consistenza voluta. Le esche. L’esca per catturare i cefali è legata molto spesso al luogo dove intendiamo pescare questi pesci. Praticamente vale il discorso fatto precedentemente sulle pasture.
L’esca va scelta anche in base al tipo di cefalo che si vuole insidiare. Dalle scogliere o dalle dighe foranee poste a protezione dei porti, i cefali si insidiano comunemente con la polpa o il bigattino: polpa di sarda ed il pane francese, quest’ultimo reperibile nei negozi di pesca. Alle foci dei fiumi o nei canali è molto efficace la tremolina morbida, che può essere reperita lungo il canale stesso oppure acquistata in negozio.
I cefali di piccole dimensioni, oppure gli schiumaroli, si possono catturare con successo sia con la polpa di scampo che di gambero. Vi sono comunque delle situazioni particolari che portano i cefali a nutrirsi, e quindi ad abituarsi ad una sostanza in particolare. Ad esempio a Ravenna i cefali si pescano con la polpa gialla della cozza, mentre è impensabile mettere in atto con successo questa tecnica da altre parti. Questo si verifica proprio perché i pesci si sono abituati alla cozza, lì presente in grandi quantità.
I pescatori, nel tentativo di prendere le cozze con appositi rastrelli per pescare, schiacciano inavvertitamente gusci di mitili più fragili che divengono cibo per molti pesci, cefali compresi. Al sud, i cefali vengono pescati con la polpa di alalunga o di tonno, la sardina ed il bigattino.. Un ottimo garista deve essere a conoscenza delle particolarità del luogo di pesca e, se occorre, farsi consigliare dai pescatori locali, soprattutto se la competizione si svolge su di un campo nuovo dove non è stata fatta alcuna gara a livello nazionale. Con canna fissa. La canna fissa è senza dubbio la più impiegata dalla maggior parte dei garisti. Tale attrezzo permette un’azione di pesca rapida e allo stesso tempo molto precisa nel ferrare il pesce.
La canna fissa, realizzata in carbonio e altri materiali all’avanguardia, deve necessariamente possedere un’azione di punta ed essere leggera e bilanciata. Occorre avere una gamma di canne dai 4 ai 9 metri per poter fronteggiare le varie situazioni di pesca. Le misure più utilizzate sono la 5, la 6 e la 7 metri. Con la canna fissa la pesca si effettua con il galleggiante. Quest’ultimo, di peso compreso tra un 4×14 e 3 grammi, può avere diverse forme, sia in base alla situazione (corrente o acqua ferma), che alle preferenze del garista. Personalmente, in condizioni di acqua ferma o di poca corrente, preferisco adottare un galleggiante piuttosto affusolato per avvertire nel modo migliore la tocca del pesce. La lenza madre viene realizzata con del nylon di diametro variante tra lo 0,10 e lo 0,14 in base sia alla lunghezza della canna che alla taglia dei pesci e dalla maggiore o minore difficoltà nel catturarli. La piombatura del galleggiante viene realizzata con la torpilla e con pallini di piombo spaccati, posti sotto la torpilla, che servono sia per ottenere una perfetta taratura che per rendere più morbidi i finali. Questi ultimi saranno di tipo a forcella, lunghi rispettivamente 40 e 60 centimetri nel caso che i pesci mangino senza troppe difficoltà, 60 e 80 centimetri nel caso di scarso appetito. I finali saranno di diametro piuttosto sottile, infatti si va dallo 0,6 allo 0,14.
Si adottano degli ami a gambo medio, con punta molto penetrante e gambo sottile ma allo stesso tempo che siano robusti. Personalmente impiego i Tubertini serie 2 in carbonio affilati chimicamente. Le misure oscillano dal numero 18 al numero 14, in base alla taglia dei pesci. Pescando con il galleggiante, dovremo far stazionare le esche tra i 10 ed i 30 centimetri dal fondo. Perché le esche si vadano a trovare in questo punto è necessario applicare sull’amo del bracciolo più lungo un piccolo attrezzo chiamato «sonda». Tale attrezzo, reperibile in qualsiasi negozio di pesca, ci consente di sapere l’esatta profondità. Sposteremo quindi il galleggiante sino a che esso non rimarrà immerso di 10 centimetri sotto il pelo dell’acqua. A questo punto toglieremo la sonda e potremo cominciare a pescare. Con la «bolognese». Questo tipo di canna è la mia preferita, infatti pesco moltissimo con la canna bolognese in quanto mi consente di essere più tranquillo nel caso di pesci piuttosto importanti.
La canna bolognese, di misura compresa tra i 5 e i 7 m dovrà essere necessariamente realizzata con materiali all’avanguardia, la sua azione sarà marcatamente di punta per essere più precisi al momento della ferrata. Tale attrezzo è sicuramente più difficoltoso da manovrare, ma consente di pescare con finali più sottili e catturare anche i pesci di taglia senza correre i rischi che si verificano con le canne fisse. Alla bolognese deve essere abbinato un mulinello di media grandezza, purché possieda un’ottima frizione per lavorare le eventuali grosse prede.
Con questo tipo di attrezzatura è possibile inoltre lanciare la lenza più distante, laddove i pesci sono meno sospettosi, soprattutto in presenza di acqua chiara. Il mulinello sarà caricato con del nylon di diametro variante tra lo 0,12 e lo 0,14. Anche in questo caso si adotta il galleggiante, il cui peso oscilla da 1 a 3 grammi. La piombatura viene realizzata con la torpilla e pallini di piombo. Anche in questo caso si adotta il finale a forcella, che prevede due braccioli lunghi ciascuno 50 e 70 centimetri o addirittura più lunghi nel caso i pesci siano inappetenti. I diametri oscillano tra lo 0,08 e lo 0,12. A questo proposito conviene impiegare dei nylon buonissimi ma che non siano né troppo rigidi né maggiorati.
Molto importante è il colore del nylon, spesso si preferisce utilizzare quelli aventi colori tenui, quindi piuttosto chiari. Personalmente mi trovo molto bene con il Fluorine e l’ Hercules di Tubertini, infatti questo filo possiede un’ottima trasparenza in acqua, è molto morbido e, cosa importante, è reale nei diametri. Le misure e le caratteristiche degli ami sono identiche a quelle per la canna fissa. Alla ricerca degli schiumaroli.
Gli schiumaroli sono pesci molto sospettosi e quindi difficili da catturare. Si tengono infatti piuttosto lontano dalla postazione di pesca. Per catturarli è quindi necessario impiegare la canna bolognese con il mulinello per far giungere la lenza dove stazionano i pesci. Gli schiumaroli si mantengono a poche decine di centimetri sotto il pelo dell’acqua o alle volte proprio in superficie, dove è possibile avvistarli. La pesca si esercita con una canna bolognese avente un’azione media nella parte finale.
La lunghezza è compresa tra i 5 ed i 6 metri. Dovrà trattarsi di un attrezzo molto leggero e bilanciato per essere ben manovrato in quanto i finali sono sottili. Anche in questo caso ci serviamo del galleggiante, o meglio di due galleggianti. Infatti occorre un galleggiante piombato che serve da zavorra per far giungere la lenza lontano, e il cui peso oscilla tra i 2 ed i 5 grammi e un altro privo di piombo, di piccole dimensioni (grammi 0,50) che serve da segnalatore di abboccate. Il galleggiante piombato viene infilato sul trave e fatto restare scorrevole mentre l’altro viene fermato. Dal galleggiante fisso partirà uno spezzone di nylon dello 0,10 lungo circa 120-130 cm.
A questo spezzone di nylon fisseremo il finale a forcella composto da due braccioli lunghi rispettivamente 60 e 80 centimetri. I braccioli saranno di diametro compreso tra lo 0,06 e lo 0,10. Si adottano ami a gambo molto fine nelle misure dal 20 al 16. Lanciata la pastura, alle volte anche con la fionda, si fila la lenza oltre questo punto e lentamente si recuperano i galleggianti sino a farli passare sulla pastura. Gli schiumaroli infatti gradiscono molto i movimenti dell’esca, ed è questo il principale motivo per il quale non si può mettere in atto la micidiale pesca all’inglese. Quando il pesce abbocca si vede il galleggiante più piccolo distaccarsi da quello piombato
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